La mostra riaprirà non appena possibile ed è prorogata fino al 10 gennaio 2021. Sarà visitabile il sabato e la domenica dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso alle 17.30) nel meraviglioso sotterraneo della Rotonda di Talucchi, recentemente restaurato. È compresa nel biglietto di ingresso della Pinacoteca Albertina.

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Ermanno Barovero, Raffaele Mondazzi, Francesco Preverino sono i tre artisti qui esposti. Più che il dato cronistico che sono andati in pensione di recente, quasi contemporaneamente (pretesto della mostra all’Albertina, nel rinnovato spazio della cosiddetta Rotonda), mi importa sottolineare i punti di contatto e discussione su comuni nodi problematici, quindi riconoscerne l’appartenenza alla stessa generazione, di nati a cavallo del 1950. A cominciare dall’impegno convinto dedicato all’insegnamento, che è stato per loro, oltre che attività (mal) retribuita, una chance di approfondimento e verifica sul piano tecnico culturale umano. Non a caso, giovanissimi individuano la propria vocazione e scelgono studi mirati – Liceo Artistico e Accademia – dove almeno due incontrano i maestri giusti: Mondazzi il burbero benefico Sandro Cherchi che lo sceglie come assistente, Barovero il solare Francesco Casorati e lo scuro a modo suo generoso Sergio Saroni, quanto a Francesco Preverino egli elabora la sua idea di magistero come condivisione di conoscenze e curiosità proprio a partire dalle sfortunate prove di allievo a Brera e all’Albertina. Quella dei tre, in primo luogo, è vocazione al fare, ad usare l’intelligenza e la sensibilità delle mani, l’energia e il desiderio che in esse s’acumina, per confrontarsi con il corpo vivo della materia. Un confronto che assume il carattere dell’amore e dello scontro, in diversa misura equilibrati. Ciò che sarebbe stato ovvio in altri tempi, quando capacità a abilità al servizio della creatività avrebbero raccolto interesse e apprezzamento, sembra essere fuori fase proprio nella stagione toccata ai nostri autori. Francesco, Raffaele, Ermanno sono, infatti, assediati da molteplici divaricate proposte: resistono, con qualche simpatia, ai cosiddetti “poveristi”, rispondono ai “concettuali”, affermando la centralità dell’autografia, si oppongono agli “analitici”, esponendosi con generosità di atteggiamento e di metodo; e soprattutto resistono ai ritorni alla pittura e alla scultura ma di tutt’altro segno, fino al rovesciamento di senso proprio quando la proposta è apparentemente ortodossa. Una scelta imperdonabile, in quanto anacronistica quella dei nostri eroi? Non direi, la responsabilità che si assumono è storica e critica, misurata su una natura e una cultura irrinunciabili. Per loro la tecnica, i soggetti, i titoli esprimono una certa idea di arte – pittura o scultura che sia – la sua immediata fisicità, goduta e sofferta nel suo specifico, mai disgiunta da una responsabilità evocativa espressiva comunicativa. Ciò che è tipico delle stagioni “manieristiche”, colte e riflessive almeno quando non si contentino della ripetizione e del ricalco di modelli, e puntino invece responsabilmente sull’avventurosa ricerca dell’attraverso e dell’oltre.

Pino Mantovani